Prof. Ciro Basile Fasolo
 

L’omosessualità

Teorie psicoanalitiche

Gli analisti che si rifanno a Freud hanno inquadrato l’omosessualità nell’ambito della cosiddetta teoria del complesso di Edipo: intorno ai 4-5 anni il bambino di sesso maschile attraverserebbe una fase, in cui sarebbe preso dall’amore per la madre e vorrebbe, invece, il padre come una figura che compete con lui mentre le bambine amerebbero il padre e si porrebbero in conflitto con la madre. L’omosessualità dipenderebbe da un imperfetto superamento del complesso di Edipo e, quindi, dal rifiuto del proprio ruolo sessuale maschile o femminile.

Teorie psicosociali

Queste teorie hanno al loro centro le esperienze di un individuo e il modo, positivo o negativo, in cui esse vengono vissute. L’orientamento sessuale -in senso etero o omosessuale- dipenderebbe dal fatto che nel corso dell’infanzia alcune situazioni, esperienze e iniziative sono state premiate, disincentivate o punite. Schematizzando vi sono quattro diverse possibilità:

  1. Ostilità verso la madre: negli omosessuali maschi, a causa del loro timore-odio verso al madre -che viene sentita come troppo severa, dominante o punitiva- diventa difficile costruire una sorta di “ponte” tra la figura materna e le altre figure femminili in generale. Le figure di sesso femminile possono essere rifiutate o temute, cosicché la pulsione erotica viene convogliata verso il sesso maschile. Nell’omosessualità femminile la mancanza di empatia o il risentimento verso la madre ostacolerebbero l’accettazione di un ruolo femminile nei confronti dei maschi.
  2. Forte legame affettivo con la madre: un legame affettivo troppo intenso con la madre blocca la maturazione emotiva, sociale e sessuale. Così per i maschi l’unica figura femminile apprezzabile diventa la madre, mentre le femmine vedono solo nelle donne la possibilità di un legame affettivo. Alcune vicende -la guerra, il divorzio dei genitori, ma soprattutto la cosiddetta assenza affettiva del padre- possono esasperare un legame affettivo madre-figlio. In sostanza, in questo caso, l’omosessualità dipenderebbe dall’impossibilità di uscire dal primo rapporto d’amore cioè dal mantenimento di un esclusivo e inalterato legame con la madre.
  3. Ostilità verso il padre: nei maschi ciò ostacolerebbe l’assunzione di un ruolo maschile, in quanto essi non si riconoscerebbero nel proprio padre, cioè in una figura che nell’infanzia essi hanno rifiutato. Nelle femmine un forte rifiuto od ostilità verso la figura paterna può essere alla base di una successiva ostilità verso i maschi.
  4. Carenze della figura paterna: la presenza di un padre debole (ad es. per la forte dominanza della madre) o la sua assenza (ad es. per un divorzio) può far sì che i maschi non lo prendano a modello e sviluppino degli atteggiamenti passivi.



Teorie eclettiche

Non esisterebbe una sola causa, ma una serie di cause e concause che possono portare all’omosessualità. Le dinamiche affettive coi genitori, un fisico meno “maschile” o meno “femminile”, una maggior tendenza all’introversione e alla chiusura nei riguardi dei rapporti con gli altri, un’eccessiva emotività e paura dell’altro -dove l’altro è il sesso opposto- una reale o presunta “menomazione” degli organi sessuali primari o secondari (timbro della voce, muscoli, e così via) possono portare all'omosessualità: questa dipende essenzialmente dalla difficoltà di interagire con l’altro sesso e dalla maggior facilità di ripiegarsi su sé stessi o a rivolgersi verso i propri simili, ossia verso persone del proprio sesso.

Teorie biologiche

Ci sarebbero dei determinanti genetici, ma non esiste ancora una prova definitiva. In alcuni casi l’omosessualità caratterizza certe coppie di gemelli identici, ma ciò non esclude che i due gemelli possano avere avuto delle esperienze simili. Di recente è stato suggerito che il cervello degli omosessuali maschi abbia degli aspetti simili al cervello femminile: alcuni nuclei dell’ipotalamo, la struttura nervosa che regola le funzioni cicliche ormonali ed alcuni aspetti della pulsione sessuale, sarebbero di dimensioni ridotte, rispetto ai maschi eterosessuali. Le osservazioni al riguardo sono però ancora insufficienti: esse sono state oltretutto condotte su cervelli provenienti da omosessuali deceduti per AIDS, ma questa malattia modifica di per sé stessa il sistema nervoso ed è perciò difficile dire se le differenze osservate siano legate all’omosessualità o all’azione del virus Hiv.

Il gene dell’omosessualità

Alcuni studi su gemelli o coppie di fratelli/sorelle hanno evidenziato una componente genetica dell’omosessualità, tuttavia sino ad ora non si avevano prove dirette. A riguardo, recentemente un gruppo di studiosi è arrivato ad ottenere prove abbastanza concrete, mettendo in relazione alcuni esempi di omosessualità maschile con una striscia del DNA sul cromosoma X: se la scoperta trovasse ulteriori conferme sarebbe possibile definire una base biologica dell’omosessualità e dell’orientamento sessuale in generale.


Metodo d’indagine:

Inizialmente furono presi in esame 76 uomini omosessuali e le loro famiglie, ricercando all’interno di questi altri componenti omosessuali. Il 13.5% dei fratelli degli omosessuali era gay. Continuando l’analisi delle famiglie risultò un maggior numero di omosessuali nella linea di parentela materna. Ciò indicava che l’omosessualità era passata attraverso i membri femminili della famiglia e consentiva agli studiosi di restringere il campo di ricerca al cromosoma X: l’unico cromosoma che si può ereditare solo dalla madre. Ricercando questo gene furono presi in esame 40 coppie di fratelli omosessuali, presi dei DNA di campione da ciascuno e operata un’analisi comparata usando dei geni-segno. L’idea che stava alla base dell’esperimento era semplice: in media, ogni coppia di fratelli doveva avere in comune metà del DNA sui propri cromosomi X, se entrambi i fratelli erano omosessuali, poiché avevano ereditato un particolare gene sul cromosoma X, questo gene sarebbe dovuto comparire sulle sezioni del cromosoma, che potevano essere identificate con i geni-segno. Dall’analisi risultò che tra le 40 coppie di fratelli, 33 coppie presentavano una particolare filettatura lungo il termine del cromosoma X, in una regione denominata Xq28.
Ma il gruppo di ricercatori affermò che questo solo non poteva spiegare l’omosessualità maschile, infatti:

  • vi sono famiglie dove il tratto omosessuale sembra passato attraverso i membri maschili della famiglia;
  • delle 40 coppie prese in esame 7 non presentavano la particolare filettatura nella zona Xq28 determinando così la conclusione che l’omosessualità poteva anche essere determinata da cause ambientali.

Le domande su questo tema sono senza fine:

  • quali proteine formano questo codice genetico?
  • in che maniera differisce dal corrispondente gene degli eterosessuali?
  • ci sono uomini che presentano entrambi gli aspetti?
  • e per l’omosessualità femminile?

La ricerca si presenta ancora lunga e complessa prima che possano essere date delle risposte esaustive. (Hamer D. et al., 1993).

IL "PROBLEMA" OMOSESSUALITÀ

Il problema clinico ed interpretativo dell’omosessualità è tuttora aperto.
Tale comportamento sessuale è nella realtà frequente. Le varie casistiche riportano, nella popolazione generale, frequenze comprese tra il 4% ed il 35%. questa variabilità è giustificata dai parametri secondo cui viene definito il comportamento omosessuale.


Kinsley riporta che il 4% dei soggetti è costantemente omosessuale per tutta la vita, tale percentuale arriva al 13% se si considerano persone comprese tra i 16 e i 55 anni. Sempre secondo Kinsley, il 35% degli uomini ed il 30% delle donne, negli Stati Uniti, ha avuto un’esperienza di tipo omosessuale nei tre anni precedenti l’osservazione.

Viene calcolato che almeno un uomo su tre ha avuto un’esperienza omosessuale con orgasmo in epoca successiva all’età puberale. Nelle donne si calcola che questa frequenza si riduca del 50%. Secondo studi successivi a quelli di Kinsley, la frequenza media dei comportamento omosessuali, costanti o prevalenti, nella popolazione generale, viene collocata intorno al 10%, con oscillazioni comprese tra il 4% (stabilmente omosessuale) e il 13-15% (prevalentemente omosessuale).

Queste osservazioni hanno portato all’ipotesi -non ancora sufficientemente chiarita- che il comportamento sessuale non rappresenti tout-court un disturbo mentale, ma possa essere considerato come una variazione dei comportamenti sessuali e quindi rientrare nella oscillazione della norma statistica. Tale tendenza era già presente nel DSM-III, in cui veniva operata una distinzione tra “omosessualità ego-sintonica”, non considerata come disturbo mentale ed omosessualità “ego-distonica”, collocata all’interno di disturbi mentali del tipo orientamento sessuale. Nella revisione del DSM-III questa distinzione viene annullata.

Si ritiene che il comportamento omosessuale rappresenti una specifica porzione della popolazione adulta (calcolata, come detto, attorno al 4%); quando il soggetto omosessuale presenta sintomi psichiatrici (omosessualità ego-distonica) non viene a costituire una categoria nosografica autonoma: la sofferenza psichica va interpretata come un disturbo dell’adattamento, con ansia e/o depressione.


Questa concettualizzazione (omosessualità come variazione della norma) deriva dall’osservazione che:

  • una porzione stabile della popolazione generale ha un comportamento omosessuale in assenza di disturbi psichiatrici clinici;
  • esperienze omosessuali, seppur occasionali e sporadiche, sono molto frequenti nell’età prepubere e adolescenziale, prima del raggiungimento della maturità sessuale; le fantasie omosessuali sono ancora più frequenti in questo particolare periodo di vita e possono essere presenti, anche in epoche successive, nei soggetti eterosessuali;
  • una fase di sofferenza psichica è sempre presente nei soggetti omosessuali sia che questo comportamento evolva verso la posizione “ego-sintonica” che” ego-distonica”.


Questa posizione contrasta nettamente con quella di chi considera l’omosessualità un disturbo mentale di per sé stesso, indipendentemente dalla presenza di segni clinici di sofferenza psichica. Va segnalato, tuttavia, a conferma che il problema non appare definito neppure ai redattori del DSM-III-R, che alcuni casi di disturbi sessuali classificati come NAS hanno le caratteristiche della omosessualità ego-distonica del DSM-III. I problemi teorici che sottendono queste conclusioni nosografiche nascono dai seguenti interrogativi:

  • La scelta eterosessuale è l’unica possibile?
  • Il soggetto - nella sua globalità - può essere valutato esclusivamente sulla base della sua scelta sessuale, indipendentemente dal suo livello di sofferenza mentale per questa condizione?
  • La scelta omosessuale è una delle opzioni possibili a partire da una bisessualità originaria?

Quella eterosessuale è unicamente la prevalente. La fase egodistonica, sempre presente, non è uno specifico psicopatologico della condizione, ma rappresenta il frutto di un conflitto tra il soggetto e le norme ambientali, culturali e sociali.


Gli estensori del DSM-III-R hanno concluso che non esistono dati di ricerca sufficienti a dimostrare l’omosessualità come disturbo mentale ed hanno, pertanto, considerato tale comportamento come una variante alla norma.


Classicamente, l’omosessualità era considerata una perversione. Ci pare una conclusione non adeguata alla realtà psicopatologica delle perversioni. L’omosessualità -al contrario di quanto accade nelle perversioni- fa un investimento sessuale di tipo globale. Sul piano clinico, esiste un’altra condizione: quella di soggetti che sono contemporaneamente omo ed eterosessuali; si può, quindi, ipotizzare che esista un continuum fra scelta omosessuale e scelta eterosessuale, con vari gradi intermedi.

Questa osservazione, insieme a quella di una rilevante associazione tra omosessualità e disturbi psichiatrici, soprattutto di tipo psicotico, ci ha convinto che l’omosessualità rappresenti ancora una condizione patologica degna di trattamento.

A nostro parere, la negazione dell’omosessualità come disturbo psichiatrico (in assenza di dati certi in un senso o nell’altro) comporta un rinforzo della tendenza all’espulsione di questo gruppo dalla società verso l’isolamento correlabile all’analoga tendenza presente nei soggetti con omosessualità. Ci pare importante proporre la classica distinzione fra tendenza omosessuale e comportamento omosessuale.


Il comportamento omosessuale è definito, oltre che dalla scelta effettiva e stabile di un partner dello stesso sesso, da una pratica sessuologica specifica che comprende contatti oro-genitali, masturbazione reciproca e, per l’uomo, rapporti anali. Nella maggioranza dei casi vi è uno scambio dei ruoli; le relazioni omosessuali sono meno durature di quelle eterosessuali; negli uomini, la durata della relazione è più breve che nelle donne.


La tendenza omosessuale si concretizza in fantasie omosessuali, frequenti nell’età prepubere e adolescenziale, che, però, non vengono agite o agite solo parzialmente, sporadicamente e limitatamente nel tempo. La tendenza omosessuale è una condizione mentale; si parla di omosessualità quando essa sia messa in atto come scelta esclusiva di orientamento sessuale.


Il comportamento sociale degli omosessuali si caratterizza per i seguenti elementi:

  • tendenza all’identificazione l’un l’altro, da cui deriva il comportamento sociale; ciò spiega la loro tendenza a riunirsi in gruppi omogenei e a raggrupparsi in pub privati (peraltro utili per la ricerca del partner);
  • non sempre frequentano ambienti composti da individui del proprio sesso; talora possono anche sposarsi, sotto la spinta di motivazioni sociali; lo scopo non è quello di avere relazioni eterosessuali (non sono quindi bisessuali), bensì quello di procreare e di godere dei vantaggi di una vita matrimoniale (valido soprattutto per le donne).


La popolazione di soggetti omosessuali va suddivisa in tre categorie.

  • Soggetti con comportamenti stabili o prevalenti di tipo omosessuale che conducono una vita personale o di relazione soddisfacente e, talora, anche piacevole sul piano personale e di relazione di coppia e sociale di gruppo; tali soggetti non ricorrono alla consultazione psichiatrica se non per problemi sovraimposti, non correlati alla loro specifica condizione psicopatologica; tale categoria può essere assimilata a quella “egosintonica” prevista dal DSM-III.
  • Soggetti omosessuali che ricorrono alla consultazione psichiatrica per difficoltà che sorgono nei rapporti con altre persone e con la legge. Tali soggetti sono assimilabili alla categoria diagnostica “Disturbi Psicosessuali NAS” previsti dal DSM-III-R.
  • Omosessuali che presentano segni di sofferenza psichica legata alla loro scelta di orientamento sessuali in alcune epoche della vita: in quella adolescenziale in cui la tendenza omosessuale avvertita non viene accettata sulla base delle convinzioni e delle norme correnti; in età avanzata in cui diventa sempre più difficile trovare risposta al bisogno di relazioni omosessuali; in questa porzione di soggetti vanno collocati quei tre casi in cui, pur esistendo una omosessualità, vi è stato un legame matrimoniale all’interno del quale nascono difficoltà di coppia e sessuale. Ed ancora, quei soggetti bisessuali, in cui si imponga in certe epoche della vita una scelta di orientamento sessuale chiaro e definitivo. Questi soggetti vanno a riempire quella categoria diagnostica, prevista dal DSM-III, di “omosessualità ego-distonica”.


La presenza di un disturbo di personalità e/o tratti di personalità abnormi ne condiziona l’evoluzione ed il livello di benessere psichico.


Un dato appare sicuro: nei soggetti che più frequentemente hanno contatti con lo psichiatra, è presente un disturbo di personalità.


E’ stata proposta una suddivisione in cinque gruppi di quei soggetti omosessuali che ricorrono agli psichiatri:

  1. soggetti adolescenti o non ancora con un funzionamento mentale di tipo adulto, in cui il comportamento omosessuale può essere transitorio; possono evolvere verso una scelta di tipo eterosessuale;
  2. soggetti adulti senza disturbi di personalità, con un normale funzionamento ed adattamento sociale;
  3. soggetti adulti con disturbi di personalità che conducono una vita isolata con comportamenti inadeguati ed antisociali;
  4. soggetti con omosessualità non manifesta, in cui il comportamento sessuale si presenta solo in certe età della vita (età media avanzata o in occasione di importanti stress o di comparsa di una patologia depressiva;
  5. soggetti omosessuali con associati gravi disturbi di personalità (antisociale e borderline) o disturbi psichiatrici di tipo schizofrenico; questi soggetti possono presentare comportamenti antisociali anche gravi e, talora, possono procurare danni fisici e morali al partner; in questi soggetti è frequente la comparsa do comportamenti parafilici (pedofilia, sadismo) ed ancora uno stile di vita promiscuo con molteplici contatti sessuali.

Non vi sono sostanziali differenze fra omosessualità maschile e femminile. Tuttavia vanno segnalate alcune particolarità per il sesso femminile:

  • l’omosessualità femminile è meno frequente ed investe maggiormente il mondo del privato;
  • la pratica sessuale preferisce comportamenti, sostitutivi del rapporto sessuale, di tipo masturbatorio reciproco, contatto oro-genitali, carezze e contatti con frizione e pressione sui genitali: i ruoli sono più spesso che nell’uomo fissi (posizione attiva o passiva) ed allora si assiste all’uso di vibratori o pene artificiale introdotto in vagina;
  • solo in rari casi si assiste alla frequentazione di specifici luoghi, ad abbigliamento di tipo maschile o a lavori tipici dell’uomo;
  • nella donna è più frequente la condizione di bisessualità: molte donne omosessuali hanno costantemente rapporti eterosessuali (specialmente nel matrimonio); in questi casi, l’omosessualità diventa più evidente con il passare degli anni e si manifesta attraverso la proposizione di sintomi di tipo depressivo, talora associati a disturbi di tipo disfunzionale.


Prof. Ciro Basile Fasolo » Specialista in Andrologia, Perfezionato in Sessuologia Medica, Perfezionato in Bioetica
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comunicazione, etica, bioetica, andrologia, sessuologia,medico, scrittore
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